(Ospito il bell'articolo di un amico)
Con le nostre gambe, lentamente, continuiamo a rinchiuderci nel carcere.
Ogni inizio di autunno, molti anni fa, i ragazzi, in piazza Cesare Battisti, dietro l'Università, improvvisavano il mercatino dei libri usati. C'era aria di festa prima che ricominciasse la scuola, si ritrovavano i compagni di classe dell'anno prima, si raccontavano le vacanze, si facevano nuove conoscenze. E a sera ci si trasferiva dalla parte opposta, davanti all'Ateneo, dove le luci dei lampioni erano più che sufficienti per parlare, fumare una sigaretta o bere una birra, suonare la chitarra e cantare Rimmel e La locomotiva. Si compravano le patatine fritte dall'unico treruote che le vendeva: arrivava al tramonto e andava via quando le aveva finite. Talvolta, sì, tra amici ci si passava anche lo spinello. Gli innamorati si scambiavano lunghi baci, rifugiandosi sulle panchine più in ombra. Parlavamo anche di politica, cioè di Berlinguer, del rapimento di Moro, delle lotte operaie, di Giorgiana Masi e della stazione di Bologna.

BARI, PIAZZA CESARE BATTISTI OGGI.
Poi, un giorno, camionette di polizia e carabinieri, forti delle leggi speciali appena approvate dal Parlamento, iniziarono a presidiare gli angoli, a fare controlli che, per chi, come quasi tutti noi, ha più o meno sempre vissuto nel perbenismo familiare, erano esperienze devastanti.
Gioivano i conformisti e i piccolo-borghesi che vedevano in noi un potenziale pericolo, capelloni e comunisti favorevoli alla libertà di abortire, ai diritti delle donne e degli operai, e contrari alle dittature, a Pinochet, alla Nato, alle guerre.
Con il passare degli anni cresce la paura. Ci hanno via via insegnato a temere chi è diverso: prima i meridionali (quegli stessi che prima volevano dividere l'Italia in due, adesso vogliono unirla col ponte sullo Stretto), poi i drogati, i mendicanti, gli immigrati…
I luoghi pubblici sono diventati sempre più controllati, e potremmo essere parzialmente favorevoli se, magari, venissero sorvegliati con delle discrete telecamere e le riprese utilizzabili solo su mandato del giudice e per fatti gravi. Abbiamo ripetutamente chiesto che gli agenti delle Forze dell'Ordine indossassero videocamere (le cosiddette bodycam) per registrare l'attività operativa: il recente Decreto Sicurezza ne consente l'utilizzo. Attenzione: "consente", non "obbliga". L'utilizzo da parte delle Forze di polizia diventa quindi una facoltà, utilizzabile a piacimento. Ditemi voi, in quali circostanze verranno usate le registrazioni: quando un ragazzo è stato malmenato o quando un agente è stato aggredito?
Proseguendo su questa strada, adesso, con la scusa della sicurezza, non sia mai che un disgraziato si addormenti sull'erba della piazza (anzi non c'è più nemmeno l'erba, hanno lastricato tutto che nemmeno la pioggia sa più dove scorrere), adesso, dicevo, pian piano i posti pubblici sono trasformati in cortili delle carceri. Tutti saremo bene in vista e potremo essere identificati. Le piazze sono illuminate a giorno: se sgarri, le guardie vengono a prenderti.
E devo dire che i sostenitori di questa schifezza hanno persino il coraggio di trovare bella questa orrenda azzurrognola luce "che ha sostituito il buio cimiteriale". Ma c'è di più: viene fatto appello al sindaco, alla giunta, ai consiglieri, alla presidente del municipio "affinché si valuti questa possibilità o soluzioni similari che possano sortire lo stesso splendido e rassicurante risultato". Lo stesso splendido e rassicurante risultato, mica cazzi, avete capito?
Questi apologeti del conformismo autoritario, questi paladini della sottrazione dei diritti sono talmente impregnati della dittatura latente che non si rendono nemmeno conto di cadere lentamente in un inferno dal quale, anche ammesso di uscirne, per via di questa luce di merda non si potranno nemmeno più vedere le stelle.
Due amici, compagni di tante escursioni in montagna, si ritrovano un giorno a percorrere un sentiero poco battuto.
Improvvisamente si accorgono che, da lontano, un grande orso sbarra loro la strada. Anche l'animale scorge i due amici e comincia ad avanzare verso di loro.
«Scappiamo!» suggerisce il primo e, voltatosi, comincia a tornare indietro a grandi passi.
«Sì, certo» risponde l'altro, ma si ferma, apre lo zaino, si toglie gli scarponi da montagna e comincia a infilarsi le scarpe da ginnastica.
«Cosa fai? Non perdere tempo!» lo rimprovera il primo, «non crederai mica di poter correre più veloce dell'orso?»
«Dell'orso no, ma di te certamente sì.»

UN ORSO.
Questa versione riveduta e aggiornata della favola di Esopo mi viene sempre in mente ogni volta che mi guardo intorno.
Indagando nella politica, potremmo scorgere mille e quotidiani esempi sostituendo, per dire, la figura degli amici della favola con quella dei colleghi di partito o di Governo. Le cose, in questo caso, non appaiono così lineari poiché ciascuno di questi signori si trova, a seconda delle situazioni, ad essere ora l’uno ora l’altro dei due. Talvolta anche l’orso. I casi noti son tanti (non sarò certo io a fare i nomi o a dare spunti); direi, anzi, che questa è la regola. Scandalizzarsi non serve poiché proprio costoro, che sotto le elezioni vanno a elemosinare voti spacciandosi per rappresentanti fiduciari dei loro concittadini e connazionali, la fiducia non sanno dove sta di casa: vien da dire che tale antifrastico comportamento è la ragione stessa del loro mestiere.
Se guardiamo ad un insieme meno numeroso di persone, ad esempio agli impiegati di una azienda, viene subito in mente che il fine del loro agire è il bene comune: la difesa dei diritti acquisiti, del salario, del posto di lavoro. Anche se i tradimenti sono ben documentabili, pur circoscritti all’interno di ogni realtà, non sono la regola.
Ancor più sporadici, almeno sulla carta, dovrebbero essere all’interno di un nucleo ristretto di persone che, ad esempio, possiamo chiamare famiglia, qualunque cosa per famiglia si voglia intendere, oppure - per dire – un complesso musicale, o una squadra sportiva, cioè ambienti dove la solidarietà e la condivisione concorrono e partecipano all’interesse del gruppo.
Ritrovare comportamenti opportunistici tra due amici, dunque, sembrerebbe impossibile. Pirandello direbbe che è una tale assurdità che non ha nemmeno bisogno di parer verosimile.
Avevo detto che in questo blog non avrei parlato di politica. La realtà mutata mi costringe, però, ad una seconda deroga e non posso promettere che non ce ne saranno altre. Oggi voglio dire due parole per chiarire le idee più a me che a voi che state leggendo.

SENZA PAROLE.
Sono trent’anni che viviamo la costante riduzione dei livelli di democrazia, lo scadimento culturale e una sorta di disfacimento etico. Il Governo abbandona temi che potrebbero migliorare la vita di molte persone senza peggiorare quella di altre, come ad esempio il contrasto alla omotransfobia, il diritto al suicidio assistito, l’effettiva – nella pratica – legalizzazione dell’aborto, la liberalizzazione della cannabis.
Stiamo vivendo un declino economico: abbiamo salari molto bassi e una disoccupazione alta; per giunta, è stato eliminato il reddito di cittadinanza senza che sia stata istituita una valida alternativa; la sanità pubblica, dal 1978 orgoglio e vanto nazionale, si sta sciogliendo al sole mentre quella privata ingrassa. Gli investimenti pubblici sono carenti; sono state trascurate le condizioni per investire completamente i soldi del PNRR. Anzi, l’abolizione di reati come l’abuso d’ufficio e l’allargamento delle maglie nella concessione di pubblici appalti consentiranno di affidare i lavori agli amici degli amici senza alcun pericolo.
Giorgia Meloni, anziché uscire dall’Europa come propagandato nelle sue campagne elettorali, sta lavorando per spostarne a destra la leadership, con il rischio che le idee che sta sostenendo e incentivando in Italia diventino predominanti all’interno della UE.
L’attuale destra italiana sta cercando il riconoscimento morale del proprio passato e della storia del MSI nel tentativo di mettersi alla pari con gli altri partiti e gruppi politici che sono nati dall’antifascismo, ignorando o facendo finta di ignorare le proprie radici fasciste. Sta cercando di riequilibrare la bilancia della memoria portando alla ribalta episodi del passato recente, come l’assassinio di Ramelli o le foibe, che tuttavia, pur incrociandosi sul terreno della Storia, hanno differenti genesi ed evoluzione, nel contempo banalizzando i saluti fascisti e colpevolizzando le manifestazioni antifasciste: una sorta di anti-antifascismo.
In questo quadro si colloca perfettamente il tentativo di trasformare la Repubblica in chiave presidenzialista, tentativo che avrebbe due effetti: superare le nostre radici antifasciste e permettere al suo partito di atteggiarsi a padre di una rinnovata Costituzione.
Io non voglio consentirlo: mi sto rimboccando le maniche.
Devo ammettere che ci penso.
In realtà non è un vero pensarci, come si potrebbe credere: non è che mi metta seduto, diciamo in poltrona, e mi dica: “adesso ci penso”. No, non è proprio così. Vengono su da soli i pensieri, in maniera casuale, come talune verdure in un pentolone di brodo che ribolle sul fuoco: vengono su, si fermano un attimo ma subito scompaiono nella turbolenza opaca del liquido. Talvolta, però, càpita di sollevare il coperchio nell’attimo esatto in cui, ad esempio, una sbiadita costa di sedano viene a galla. Allora non è che tu lo fai apposta a pensare al sedano, ma è lui, voglio dire il pensiero, che si affaccia in superficie portandosi dietro tutto quello che per te significa.

Intendiamoci, lo dico per i più curiosi, non sto preparando il brodo ma lo stufato, magari prossimamente vi do la ricetta.
Quindi, dicevo, pensavo alla mi’ moglie: che sono vedovo ve l’avevo già detto, son quasi sei anni. Non è che oggi sia una ricorrenza particolare, chessò, una qualche data da ricordare: niente di ciò, m’è venuta in mente e basta. Un po’ mi sono intristito, lo capirete anche voi che è normale. Mi è venuta in mente bella com’era, e allora mi son ritrovato un sorriso sul volto. E, per impedire che m'uscisse una lacrima, ho guardato fuori dalla finestra: Melampo, serafico, acciambellato nel mezzo del cortile, muoveva appena prima un orecchio e poi l’altro per raccogliere i suoni che gli giravano d’intorno. Mi son passato le dita sugli occhi ma il sorriso non andava via: era bella, sì.
Una sera, con Duccio, venne fuori un discorso. Un discorso frivolo, da grulli, se vogliamo; non so nemmeno come partì, complice il vino certamente, ma Duccio considerò, a un certo punto, che le ragazze oggi sono tutte belle, che davvero non ce ne son più di quelle, come ai nostri tempi, con cui non ci uscivi nemmeno se ti pagavano. Be’, dissi io, se li guardi da un punto di vista “artistico” anche i ragazzi son tutti belli. Vero, rispose, sarà perché da piccoli oramai sono tutti ben pasciuti e curati.
E il discorso andò avanti sulla riflessione che oggi le persone vogliono apparire sempre più belle, almeno nella loro testa, e allora, anche in base all'ampiezza delle proprie tasche, si deformano, si sformano, si riempiono di silicone e botulino, si gonfiano labbra e zigomi, si alzano tette e culi, si levigano occhi e fronte, si rifanno nasi e orecchie. Chi ha paura del bisturi, chi non ha l'ardire, o chi ha pochi soldi si fa tatuaggi o si trapassa con chiodi e viti sopracciglia e ombelichi, operazioni che - secondo tanti ma per fortuna non tutti - trasformano immediatamente il suo portatore in uno strepitoso oggetto di desiderio sessuale, da banana lessa che invece era fino a un attimo prima. Di questo, con leggerezza, magari anche sbagliando, che nessuno ha la verità in tasca, si parlava con Duccio, tra un sorso di sangiovese e due risate.
Io dico che la bellezza risiede nell'essenza stessa delle persone. Ci si può adornare, certo: l'umanità lo ha sempre fatto. Bisogna però sapersi misurare e non superare quel limite oltre il quale si sfocia nel ridicolo. Conobbi mia moglie e, pur essendo io giovane con l’ardore che mi scorreva assieme al sangue, non mi innamorai subito di quella ragazza che poi sposai. Giorno dopo giorno imparai a capire quanto lei veramente fosse bella per me. Mi sorprese la voce, innanzi tutto: il tono morbido, il timbro flautato, l’estensione delle parole che volavano come musica su e giù per un pentagramma. E poi il suo sorriso, mai eccessivo, ma sempre luminoso; l’emozione contenuta anche nella contrarietà.
La bellezza sta nei modi delicati di muoversi, nella grazia misurata dei gesti, nella gentilezza dei movimenti tondi e senza sforzo, leggiadri atleti che nell’eleganza degli esercizi nascondono la fatica dei muscoli. La bellezza sta nella sobrietà delle vesti e nel gusto degli abbinamenti, sta nella maniera di discorrere con chiunque, anche con chi non sa nemmeno parlare. La bellezza sta persino nel saper sbagliare e sapersi correggere, come un artista che, mettendo i colori sulla tela, ne migliora l’abbozzo.
Di questa bellezza avremmo tutti bisogno.
Sono più di settant'anni che la comunità internazionale permette ad Israele di mantenere un sistema oppressivo sui palestinesi. Si tratta di un vero e proprio assedio, un costante atto di guerra attuato mediante la demolizione delle case e l'espropriazione dei terreni, gli sfratti forzati, gli spostamenti arbitrari e il trasferimento forzato delle comunità, la frammentazione del territorio, la negazione dei diritti economici e sociali, la segregazione e il controllo della popolazione per ostacolare o impedire la comunicazione e la circolazione delle persone.

Tutte queste operazioni vengono effettuate da una vera e propria forza di occupazione militare, vale a dire da israeliani armati di tutto punto (avrete visto le immagini degli sgombri, no?), in un territorio che non è loro, che hanno il solo obiettivo di espandersi e cacciare i palestinesi.
Questi oppressori hanno il controllo dei confini terrestri, sotterranei e marittimi, hanno chiuso lo spazio aereo, hanno chiuso l'acqua e l'elettricità.
Noi, cittadini occidentali, non abbiamo la facoltà per comprendere, o anche solo per immaginare le aggressive e disumane condizioni di vita cui è sottoposto il popolo palestinese. Brecht disse: tutti vedono la violenza del fiume in piena, ma nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono.
Sono più di settant'anni che questa gente vive rinchiusa come topi in gabbia.
Io sto con gli oppressi.
Prendiamo i valori della Rivoluzione francese: dovrebbero essere scolpiti nella memoria di tutti noi, non fosse altro per il fascino stesso che l’idea della rivoluzione aveva, o avrebbe dovuto avere su noi studenti delle scuole dell’obbligo che ci apprestavamo a confrontarci con i grandi eventi della storia contemporanea, a immaginare le terribili ghigliottine e, come in una sanguinosa fiaba, finanche la carcerazione e la decapitazione del re e della regina.

Dovremmo ricordare senza alcuno sforzo la cadenza ritmata delle tre parole contenute in un’unica frase: Liberté, Égalité, Fraternité, tre valori che rappresentano la più alta, o forse solo la più recente, conquista dell’illuminismo. Ma le conquiste sociali, civili, culturali hanno bisogno di continua linfa, anzi, direi, di un fiume impetuoso costantemente in piena che alimenti le fabbriche e i mulini del benessere collettivo e del progresso intellettuale, politico, economico, scientifico, artistico.
Il sonno della ragione genera mostri, tratteggiò Francisco Goya con efficace tempismo. I milioni (e ripeto: i milioni) di morti dei secoli successivi sciaguratamente dimostrano che questo non sia un semplice motto, un modo di dire, ma un assioma talmente potente che è sufficiente allentare solo un poco quella attenzione che dovremmo noi tutti avere sulle questioni sociali per accorgerci che dagli anfratti lasciati incustoditi sgorgano bestie violente e terribili che pervadono gli spazi del nostro quotidiano. Dovremmo vigilare e ricacciare indietro queste feroci e sanguinarie chimere, ma invece quello che accade intorno a noi dimostra che così non è. Dalle topaie sbucano gli esseri più viscidi e schifosi, e si mescolano tra la gente, ne assumono le fattezze, si camuffano adattandosi a svolgere compiti o mestieri di qualunque fatta pur di non essere scoperti, si trasformano in politici, giornalisti, imprenditori, violenti giovincelli, generali dell’esercito, finanche paranoici tifosi sportivi o conduttori televisivi. Costoro in nome di quella travisata libertà si arrogano il diritto di dire o, peggio, fare le più miserande schifezze. Tutto vale: la parola di questo contro la parola di quello. E allora senza quel senso critico, che ai più difetta perché, come già abbiamo detto, sono addormentati, è necessario non solo suonare la sveglia con mille trombe, ma mostrare dove si nasconde l’inganno. Non serve a nulla parlare dei tre principi della Rivoluzione se poi risultano confusi in un grande minestrone, in una grande zuppa nella quale non si riconosce più la carota dalla zucchina, la melanzana dalla patata, nella quale tutto ha il medesimo sapore, il giusto sfumando nel fallace e quindi nell’errore.
Allora proviamo a definire in negativo i tre principi per scoprire se questo nuovo punto di vista, per contrasto, può restituirci una immagine più evidente.
Né libertà, né uguaglianza e nemmeno fraternità.
Espressioni del tipo: “il figlio del falegname deve fare il falegname” negano il principio della libertà, sancito dalla Costituzione, di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta una qualunque attività utile alla società. L’utilizzo di quel verbo servile, invece, per contro sottolinea l’impossibilità di altra scelta: se tuo padre faceva il falegname, tu non puoi sognare di fare il medico o l’avvocato. Tanto più che, noterete anche voi, per portare un figlio ad alti livelli di specializzazione non è sufficiente che sia dotato in partenza di un buon cervello e di una buona educazione, ma occorrono tanti soldi per pagare le tasse delle migliori università e per mantenerlo agli studi in grandi città dove un metro quadrato in affitto costa quanto una notte in un hotel di place Vendôme. Negare la libertà significa negare diritti come, ad esempio, il diritto di cronaca, di critica o di satira, allorquando un autore viene querelato per aver ironizzato su una infelice uscita di questo o quel politico; prima erano tutti Charlie, adesso nessuno tocchi Arianna. Negare la libertà significa anche negare il diritto a manifestare se si minaccia il carcere a chi colora luoghi pubblici con vernici lavabili per portare alla ribalta problemi ben più seri, quale il peggioramento climatico.
La nostra Costituzione, poi, prescrive che la salute debba essere tutelata come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Questo è un potentissimo principio che riflette la fraternità e soprattutto la solidarietà all’interno della società. Adesso, se per un esame diagnostico bisogna pagare al fine di evitare di attendere lunghi e pericolosi mesi di una potenziale malattia, o se per accedere al Pronto Soccorso, che per definizione deve essere “pronto”, cioè immediato per colui che in quel momento è sofferente, bisogna pagare centoquarantanove euro, vuol dire che il triage non dipende più dal tuo quadro clinico ma dal tuo conto in banca.
Ecco: negare questi tre principi, che di fatto ha come conseguenza negare anche la nostra Costituzione, ha un solo nome: fascismo.
Ieri sera, dopo cena, è venuto Duccio con una bottiglia buona. “T’ha lasciato la tu’ moglie?” gli ho chiesto io. “Ancora no. Prendi due bicchieri” mi ha risposto sorridendo. Ci siamo seduti vicino al camino, ha stappato e ha versato il vino, riempiendo i calici a metà. Subito mi ha detto “Spegni la luce grande”, e io ho obbedito. Ho messo un altro ciocco; le fiamme arrossavano tutt’intorno. La legna, incendiandosi, scoppiettava. Abbiamo assaggiato come ad un rito, e si sentiva soltanto il crepitio del fuoco.

Duccio è un professore in pensione, ha qualche anno meno di me, una bella moglie e figli e nipoti che lo vengono a trovare. Di tanto in tanto, alle feste, per esempio, o in taluni finesettimana, si allontanano e mancano per qualche giorno. È l’unica anima viva che entra in casa mia poiché, come sapete, neanche Melampo varca la soglia. Allora mi sento in diritto di dire che Duccio è mio amico. Si chiacchiera del più e del meno, a seconda di come ci va. Non viene sempre, magari viene un giorno e poi il giorno appresso, come se s’era lasciato in sospeso qualcosa; poi può essere che passi una settimana o più senza vedersi, ma quando viene mi fa piacere stare in sua compagnia.
Appoggiato allo schienale della poltrona, col bicchiere in mano, mi chiedevo chi di noi due avrebbe per primo attaccato bottone.
Avevamo finito il primo bicchiere; mi alzai, misi sul tagliere dei pezzi di caprino per accompagnare il sangiovese e mi sedetti nuovamente.
Mi stavo abituando al silenzio quando Duccio mi chiese: “sei felice?”. Lo guardai per un istante e risposi convintamente di sì. Però dopo ci ripensai. Che cos’è la felicità? Prima di tutto dovremmo definirla. Allora facciamo così, togliamoci ogni dubbio e diciamo prima di tutto quello che non è. Certamente non è la tristezza, ma non è nemmeno la gioia. La felicità contiene entrambe queste sensazioni ma non è né l’una né l’altra.
Dunque, direte voi, secondo questo ragionamento si potrebbe essere felici e allegri. Ma anche felici e tristi, vero? Io dico di sì, e mi spiego con un esempio. Quando il mio unico figlio diventò ingegnere io ero felice. Per me, in quel momento, la felicità era la gioia per il traguardo che lui aveva raggiunto. Sorridevo sempre e canticchiavo in casa. Lui inviava il curriculum per cercare impiego e subito lo trovò. Dovette trasferirsi, prima a Torino e poi all’estero, dove sta tutt’ora. Era raggiante per questa esperienza, per il lavoro che desiderava, un ottimo posto manageriale ben retribuito, così giovane, poi. Potevo non essere felice? Certo che lo ero! Ma ero anche triste perché partiva, e chissà ogni quanto ci saremmo visti. Provavo gioia e tristezza insieme, ma ero felice. Lo accompagnammo all’aeroporto e, dopo che l’aereo partì, io e mia moglie ci abbracciammo e ci abbandonammo alle lacrime. Ma eravamo felici per lui.
La felicità, come tutto nella nostra vita, è duale.
Siamo fatti di piccolissimi corpuscoli di materia e di energia. Questi frammenti che compongono la materia cosa sono? Sono particelle o sono onde? Un elettrone, per dire, è sia particella sia onda. Dev’essere ben chiaro, non è alternativamente onda o particella, è contemporaneamente entrambe le cose. Può comportarsi in uno dei due modi, ma li contiene entrambi in sé.
Così la felicità: è sia gioia, sia tristezza. Insieme, le contiene entrambe.
Questo mi ha spiegato Duccio, ieri sera, che è pensionato e faceva il professore di fisica. E dunque io non ho scampo, devo essere per forza felice.
E se mi sentirò triste, aspetterò l’allegria del prossimo bicchiere di vino.
Piove da due giorni. Questa pioggia mi incupisce. Sta per scendere la sera, fa freddo.
Sono andato nell’aia per dar da mangiare a Melampo. L’ho chiamato così, come il cane di Collodi, quello che si mette d’accordo con le faine che ruban le pollastre, quello che era già morto quando arriva Pinocchio.

Ma il mio Melampo non è furbo; è onesto e solitario. Mi fa compagnia da più di cinque anni, ormai, ma confidenza niente, né lui né io. Siamo due alpinisti che percorrono lo stesso sentiero, ciascuno col suo zaino, ogni tanto uno sguardo, una parola, ma poi zitti e via andare.
Vuole il suo spazio, vuole stare all’aperto, è la sua indole. Ha la sua bella cuccia ma non ci va, si mette lì davanti a fare la guardia a nessuno. E poi io in casa non lo fo entrare.
Lui il freddo non lo sente, è nato nel freddo, lui nella neve s’adagia comodamente. Lo presi che aveva pochi mesi da una cascina qui vicino, dove allevano pecore e capre. Ogni estate sfornano anche qualche cucciolata di maremmani, non di razza, certamente, ma, se non lo sai, non lo capisci. A loro servono per tenere a bada le bestie, e qualcuno in sovrannumero lo danno via. Un giorno del primo inverno che stava con me cadde abbondante la neve, e il bianco ristette sul cortile. Cosicché a sera mi preoccupai che non sentisse freddo, e andai a guardare; la neve bianca moltiplicava la luce della luna che sembrava giorno. Non nella cuccia e nemmeno sotto la tettoia: Melampo stava acciambellato nel bel mezzo dell’aia, imperturbabile e incurante di tutto, pure di me.
Spesso mi chiedo cosa senta. Non parlo dei rumori, ovvio, e nemmeno del fiuto; coi loro sensi non possiamo competere. Talvolta, di rado, si alza pigramente e s’incammina a passi lenti. Lo vedo che va verso un angolo del cortile, a seconda del vento. Annusa l’aria per acchiappare una scia. Poi si ferma. Resta immobile, col tartufo all'insù.
Si direbbe che socchiuda un poco gli occhi. Se si fa attenzione, si vede distintamente che muove le nari alla ricerca di molecole odorose intrappolate nella brezza di valle.
Allora mi chiedo cosa sente, quali sensazioni prova, se ricorda, se immagina. Di sicuro quand’è l’ora di mangiare lo sa. Sarebbe bello potergli parlare. E che discorsi ci faremmo noi due? Chissà, toccherebbe presentarsi. Piacere, Jacopo, gli direi io. Ma lui non risponderebbe perché già lo sa che lo so che si chiama Melampo. L’ho chiamato io così, dopotutto, e non avrebbe niente da dire, che volete che mi dica?, oh grullo, me l’hai messo tu questo nome, e me lo chiedi pure?, questo mi direbbe dall’alto della sua severa saggezza. E infatti mi viene il sospetto che sappia parlare ma non voglia. Se accadrà il miracolo, ve lo racconterò.
Intanto qui è scesa la sera e non smette di piovere. Adesso attizzo il fuoco nel camino e mi preparo la cena.
Mala tempora currunt… e mi sa che ne verranno di peggiori. Da questo blog, se ci riuscirò, cercherò di non parlarvi di attualità o di politica, state tranquilli, ce n'è già tanta, troppa, tutt’intorno. Questo è un blog vano, inconsistente, fuori luogo come me.
Il desiderio degli spazi aperti mi spinge a uscire di casa. L’età rallenta i miei passi e le nuvole mi ammoniscono. Ma finché potrò, camminerò.

Ho messo nello zaino acqua e un poco di cibo e sono arrivato fino a Uso di Sotto. Il rifugio è chiuso per le solite beghe del Comune.
Il tempo non invoglia e così, essendo pure sabato, ho trovato sulla strada soltanto una coppia di escursionisti che andava di fretta. “Salve” mi hanno detto. Io ho risposto con un cenno del bastone e uno del capo, simultaneamente, senza dar voce. Sono certo che provenissero da San Quirico, altrimenti ci saremmo già incrociati sulla carrareccia. Da casa mia ho impiegato quasi due ore per un percorso che in altri tempi mi avrebbe richiesto la metà.
Non è il punto più alto, si sale ancora, ma per oggi basta.
Tra le nubi e i monti s’insinua il celeste pallido del cielo d’inverno. La luce fredda e misteriosa disegna le linee dell’orizzonte. Guardo lentamente le vette e il verde degli alberi, casa mia è lì sotto, all’estremità del paese.
L’emozione mi coglie sempre in questi momenti. È difficile da spiegare senza cadere nella banalità, ma è come se sentissi il cuore rigonfiarsi invadendo spazi che non gli sono destinati. È come se ad ogni battito il petto si dilatasse, e con lui il tempo, rallentando tutto l’intorno.
Mi siedo e ascolto i suoni del bosco. Sono convinto che gli alberi e le piante sanno della mia presenza, sanno che sono là. In particolare c’è questo ramo basso che sembra oscillare senza una causa. Se fossi più istintivo gli parlerei. Ma non lo faccio perché mi sentirei stupido; può ascoltarmi? Chi lo sa, forse sì. E può rispondermi? Magari a modo suo risponde pure, ma sono io che non so capirlo.
D’altra parte non c’è differenza con gli uomini. Anche le persone ti rispondono per quello che capiscono e noi interpretiamo a modo nostro.
E alla fine non ci si intende.
Chiedete a Pirandello, lui ve lo confermerà.
Chi di voi sentiva la necessità di riempire i piccoli vuoti esistenziali di cui il nostro quotidiano, come un formaggio svizzero, è composto? Nessuno, certamente. Ma soprattutto, chi di voi si sente sforacchiato come un colabrodo? E qui nuovamente la risposta è: nessuno.

Ma io non sono voi e per fortuna voi non siete un formaggio coi buchi.
Voi, io già vi vedo, sempre di corsa dietro alle vostre faccende. Non vi vedo in faccia ma so come siete: tutti diversi, ognuno col suo lavoro, coi suoi impegni, per i più fortunati, che poi sono la maggioranza, sveglia la mattina, turno in ufficio, oppure in fabbrica, chi guida gli autobus, chi gli aerei, chi va a pulire i vetri e le stanze dei grattacieli, chi va a vendere le cose che non servono, chi va a passeggiare perché non lavora più. Tutti uguali, tutti con lo stesso scopo: vivere nel migliore dei modi pensando soltanto ai fatti propri. Quelli che curano i figli o il genitore invalido, quelli che si abbracciano la moglie, il marito o l'amante in realtà lo fanno solo per il proprio egoistico tornaconto. Pensateci bene. Rare sono le persone che disinteressatamente pensano agli altri. Avete mai visto qualcuno che sua sponte si ferma a parlare con una persona sola, magari che sta aspettando l'autobus o sta al tavolino di una trattoria? Quelli che viaggiano da soli e mangiano da soli, ecco, quelli sono veramente soli.
Dunque, tornando ai buchi del formaggio, anche io devo riempire i miei vuoti e, siccome siete tutti impegnati, ho creato questo blog.
Poco per volta vi parlerò anche di me. Per cominciare vi do qualche notizia, informazioni di base, l'essenziale, niente di più, del tipo di quelle che ti chiedono i carabinieri quando ti fermano.
Ho settantacinque anni, sono pensionato e sono vedovo. Ho un figlio cinquantenne che vive a Seattle e lì s'è costruito la sua famiglia. Ho tanto tempo che mi avanza e voglio utilizzarlo per comunicare con voi da questa diavoleria. Pubblicherò qualche sciocchezza, risponderò a chi vorrà chiedere, ogni tanto scriverò delle mie opinioni su taluna o talaltra cosa un po’ più seriamente ma, in fondo, sempre sciocchezze sono.
CONTRAPPUNTI
Giovanni è a una svolta cruciale della propria vita: dopo l’abbandono della professione e la successiva separazione dalla moglie, si trova ad affrontare un quotidiano ostico e incerto.

La relazione che ha compromesso il matrimonio fa da sfondo alla trama di ordinario insuccesso affettivo ed economico, dove prende forma un anziano personaggio, il Generale, suo vicino di casa, la cui vita è stata segnata da uno strazio inevitabile.
Giovanni si ritrova così a intrattenere un nuovo rapporto con chi, come lui, affronta la propria vita in solitudine. I due personaggi principali oscillano come onde dello stesso mare, in un continuo andirivieni. Ma il contrasto tra le due modalità con cui ciascuno affronta la propria esistenza pone interrogativi sulla nostra libertà e sulle conseguenze delle nostre decisioni.
Fino a che punto la vita di ciascuno di noi può essere distorta da eventi imprevisti, sia pur comuni al resto dell’umanità, che le si coagulano intorno fino a trasformarla in qualcosa che non ci saremmo aspettati? Fino a che punto riusciamo ad ammettere l’eventualità di poterci, senza volerlo, ritrovare scaraventati nella parodia della vita che, invece, ci piaceva immaginare?
STRADE VERSO CASA
Cinque racconti disseminati nel tempo, cinque storie dal sapore vagamente rétro, che hanno la solitudine come filo conduttore. La scrittura è snella e musicale. Disinteressatamente consigliato.

LINGUA MADRE, Maddalena Fingerle
«Sono pagine di rara potenza, un pugno allo stomaco a chi legge e insieme dimostrazione sul campo di quel potere della parola che è il tema profondo del testo».
Premio Italo Calvino

Maddalena Fingerle, Lingua Madre
Pagine: 200 Brossura
Prezzo: € 17,00
Editore: Italo Svevo
PERCHÉ L’UCRAINA
"Dobbiamo trovare il modo per porre fine a questa guerra prima che ci sia un'escalation".

Noam Chomsky, Perché l'Ucraina
Pagine: 144
Prezzo: € 12
Editore: Ponte alle Grazie
Niente altro da dire. Leggetelo.
GIULIO CESARE VANINI
Tutti conoscono Giordano Bruno, ma pochi Giulio Cesare Vanini, definito dai suoi contemporanei l'acquila degli atei.

Nacque a Taurisano, attuale provincia di Lecce, e fu messo a rogo a Tolosa il 9 febbraio 1619, a trentaquattro anni, per "ateismo, bestemmia, empietà ed altri eccessi". Poco noto, poiché la Chiesa ne ha quasi cancellato la memoria, ha segnato un punto di svolta contribuendo, con le sue opere e con la sua testimonianza, alla nascita dell'Europa laica e moderna.
Questo volume raccoglie gli eventi fondamentali della sua appassionante vicenda umana e intellettuale. Da non perdere.
HO TROPPO POCO TEMPO PER DIRE COS'È IL TEMPO

Su Edoardo Boncinelli, genetista, filosofo e accademico italiano c'è molto da dire, dato che immagino di voi i più non lo conoscano. Ma potete tranquillamente fare un giro in rete e rendervi conto che sapete tutto sui cantanti di Sanremo ma non conoscete le nostre grandi personalità. Il libro è snello e di agevole lettura: riflette sul tempo da diversi punti di vista. Consigliato.
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